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Ufficio di collocamento.

dicembre 13, 2011

 “Signorina Chiofalo, forza, ci parli un po’ di Lei…”.

Dunque, mi chiamo Simona, ho 24 anni e sono pazza. Se riportassero in vita Freud e lo facessero vivere con me per una settimana, scriverebbe un libro sulle patologie mentali che, a confronto, “L’Interpretazione dei Sogni” diventerebbe un libro di fumetti. O forse sono normale, e sono gli altri ad esser strani.

Rido sempre. Ma non quel riso che abbonda sulla bocca degli sciocchi, bensì un riso che faccia star bene gli altri, perché se c’è una cosa che mi piace da morire è l’idea che gli altri stiano bene quando stanno con me. Di me non mi importa nulla, mi interessa il resto del mondo: che stia bene, che sorrida, che non gli manchi niente (almeno quando sta con me). Quel resto del mondo che, talvolta, non ha lo stesso occhio di riguardo nei miei confronti: machissenefrega. Forse sbaglio, forse dovrei iniziare a stroncare la gente e a fottermene una volta tanto. A vivere la vita con un pò più di leggerezza. Magari lo farò, chissà. Si può imparare? Le faremo sapere.

Amo scrivere. Sin da quando ero piccolina. I miei temi erano sempre quelli che venivano letti ad alta voce, dalle elementari alle superiori, di professore in professore e di classe in classe, nell’imbarazzo generale di quando qualcuno mi fermava chiedendomi se fossi io quella che aveva preso il voto altissimo. Sarà per questa ragione che, quasi sempre, chi mi vede per la prima volta pensa che io sia una che se la tira, che sia altezzosa, inavvicinabile. Fortuna che puntualmente la gente si ricrede: basta sentirmi parlare per capire che non me la tiro affatto, che sono una a cui piace la vita, che sta bene con gli altri, che scherza sempre e che ha una parola buona per tutti. Ricordo che una volta, alle elementari, scrissi un tema di fantasia su un fantomatico viaggio in Egitto, con le piramidi e delle porte che attraversavo con mia madre: le maestre, scioccate, la mandarono a chiamare per decantare le mie lodi. “Se continua così farà strada”, dicevano, “diventerà una scrittrice”. Prima o poi penso che scriverò davvero qualcosa, e allora altro che “Voyager” e la fine del mondo nel 2012.

Come tutti, anch’io ho avuto i miei grandi dolori. E credo sia a causa di quelli che sono “così”. Ho una personalità forte e sono cresciuta, finora, pensando una cosa: quando si ha a che fare con un grande dolore, di qualunque natura, si hanno davanti due strade. Si può restare fermi, immolarsi al tornado e lasciarsi investire, sapendo che non se ne uscirà vivi e al suo passaggio si sarà travolti dai ricordi, dai detriti, dalle cose che si sono vissute e che, a ripensarci, induriscono i muscoli e impediscono di muoversi. Oppure si può cominciare a correre: non per scappare, ma perché chi si ferma è veramente perduto, e bisogna reagire, dimostrarsi che si ha ancora qualcosa da dire, che quello che non t’ammazza fa diventare più forte, fa essere migliore, e fare cose che non si sarebbe mai pensato di riuscire a fare. Far vedere a quel mondo che nonostante le ferite non si stramazza al suolo, un po’ come fanno nei telefilm americani dove non muore (quasi) mai nessuno e riescono a farcela tutti quanti. Personalmente scelgo la seconda strada: come diciamo qua a Palermo, “sazio non se ne dà a nessuno” (cioè non si lascia trasparire nulla della propria sofferenza).

Ho un sogno grande, di cui non parlo mai. Un sogno di lavoro. Vorrei diventare una giornalista affermata, di quelle davvero brave, e riuscire ad avere i mezzi necessari per riaprire “L’Ora”, il vecchio giornale di Palermo. In genere sono determinata, testarda, e le cose – nella maggior parte dei casi – vanno più o meno come immagino, come vorrei. Ecco, mi piacerebbe che questo fosse uno di quei casi, un giorno. Voglio fare tardi mentre scrivo con una sola lampada da tavolo accesa, con quel metodo un po’ all’antica che mi vede scrivere prima su carta, tagliare con la penna, fare asterischi e richiami a fondo pagina per una cosa che si trova a metà foglio. E mi voglio andare a coricare stanca, ma soddisfatta di quello che ho fatto, pensando che il giorno dopo sarà un altro giorno nel quale provare a fare qualcosa di buono, che lasci un segno, in qualche modo.

Inoltre: credo di essere l’unica al mondo a non ritenere Justin Timberlake un sex symbol; non so andare in bicicletta perchè la paura di cadere mi ha sempre bloccata; ho scoperto, ultimamente, che non mi piace guardare le foto, perchè ti ritraggono in un modo nel quale non sei più quando le rivedi, e di alcune non sai nemmeno se ridi o no (lo dicono anche i Modà nell’ultima canzone). Credo sia tutto, almeno per ora.

Ecco qua: tutto quello che c’era da sapere e nessuno aveva mai osato chiedere.

 

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